Nonostante la cronaca nera abbia riportato in evidenza il problema annoso del patriarcato e della omofobia, senza però dimenticare mai i femminicidi, nella giornata del Pride a Milano, sabato 27 giugno 2026, presso l’Arci Adua di via Terrazzano 7 a Rho, si è trascorsa una serata di festa, già programmata da tempo, in cui si è mangiato in compagnia e ascoltato “La Milano di Enzo Jannacci”, ma non poteva mancare un intervento da parte di Simona Cestari, attivista di Arcichedonne, in merito a quanto accaduto a Mirko e a sua madre.

“Meglio un figlio morto che gay” : questa sera desideriamo iniziare la nostra riflessione proprio da questa affermazione sconvolgente. Come Arcichedonne, sentiamo il dovere impellente di non rimanere in silenzio di fronte a tale barbarie; al contrario, vogliamo elevare la nostra voce con forza e determinazione, esprimendo il nostro profondo dolore e la nostra indignazione per la tragica scomparsa di Mirko, la cui unica “colpa” era quella di essere gay, e per la perdita di sua madre, “colpevole” di averlo strenuamente difeso. Sì, usiamo il termine “colpevole”, perché è proprio questa società, con le sue strutture e le sue dinamiche politiche ti etichetta e ti rende tale.
L’incapacità di poter manifestare liberamente la propria identità sessuale, senza il timore costante di essere brutalmente assassinato, violentemente picchiato o severamente giudicato, ti imprigiona all’interno di questo sistema profondamente malato e ingiusto.
Oggi, sabato 27 giugno, a Milano si sta svolgendo il Gay Pride, un evento che per molti è ancora oggetto di incomprensione e critica. Molti, infatti, tendono a considerare questa manifestazione come una sorta di “carnevalata eccessiva”, un’esibizione superflua che non sarebbe necessaria per esprimere l’orgoglio gay. Tuttavia, i fatti inequivocabili e le cronache quotidiane dimostrano in modo lampante l’esatto contrario. La realtà ci impone di riconoscere che abbiamo ancora un disperato bisogno del Gay Pride per un “mondo al contrario” sì al contrario di come ancora oggi purtroppo è. Vogliamo rivendicare spazi sicuri, luoghi dove poter esprimere liberamente e autenticamente la propria identità, non vogliamo dover correre il rischio costante di essere etichettati, aggrediti fisicamente o, peggio ancora, perdere la vita.
Questi spazi non sono solo fisici, ma anche culturali e sociali, dove la diversità è celebrata e non stigmatizzata. Ciò che è accaduto, la tragedia di Mirko e di sua madre, è una fotografia cruda e impietosa di una società ancora profondamente ancorata a un modello patriarcale obsoleto e dannoso. È, al contempo, il fallimento eclatante di una politica che si dimostra sorda e muta di fronte a queste ingiustizie, intolleranze, discriminazione incapace ancora una volta di ascoltare e proteggere i diritti e la dignità di tutti i suoi cittadini…tutti!
Noi, come Arcichedonne, vogliamo ribadire con fermezza che non staremo mai zitte. La nostra voce continuerà a levarsi, forte e chiara, per denunciare ogni forma di discriminazione, per combattere l’omofobia e la transfobia, e per lottare instancabilmente per una società più giusta, inclusiva e rispettosa delle diversità…non vogliamo fare retorica ma siamo convinte che se ognuno di noi nel suo piccolo facesse la sua parte dissociandosi da discorsi di odio e intolleranza …forse saremmo oggi in un mondo migliore.
Il nostro impegno è costante e irremovibile, perché crediamo fermamente che ogni individuo abbia il diritto inalienabile di vivere la propria vita in piena libertà e sicurezza, senza paura di essere giudicato o perseguitato per la propria identità.
La memoria di Mirko e di sua madre sarà per noi uno stimolo costante a proseguire la nostra battaglia per i diritti umani e per l’uguaglianza, affinché tragedie simili non debbano mai più ripetersi. La nostra determinazione è incrollabile, e continueremo a essere una voce per coloro che non possono parlare, un baluardo contro l’odio e l’intolleranza, e un faro di speranza per un futuro in cui l’amore e il rispetto prevalgano su ogni forma di pregiudizio e violenza.
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