RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO. Mentre l’amministrazione comunale di Rho tenta di far passare sottotraccia decisioni urbanistiche che impatteranno per decenni sul territorio, una domanda fondamentale resta completamente senza risposta: chi c’è davvero dietro il mega Data Center di via Moscova? Chi è l’utilizzatore finale che occuperà quelle strutture?

Goodman Group, la multinazionale australiana regista dell’operazione, sta chiedendo alla città un costo salatissimo in termini ambientali ed energetici. La cittadinanza ha il diritto di sapere per conto di chi la Giunta stia stendendo i tappeti rossi: si tratta di Amazon AWS, Microsoft, Google, Oracle o di qualche altro colosso delle Big Tech? Un modello basato sullo “sviluppo speculativo”, perché se la Giunta nasconde il nome dell’inquilino o peggio, se nemmeno lo conosce, si palesa uno scenario chiaro: quello di una pura scommessa immobiliare. Permettere iter e deroghe “al buio” serve solo a far lievitare il valore finanziario dell’area ex-Nilit sulla carta.

A dimostrazione di questo modello predatorio bastano i dati reali sul portafoglio di Goodman Group:
        •       Zero Data Center attivi in Italia: In tutta Europa contano un solo impianto operativo (FRA01 in Germania) e ben 5 progetti autorizzati ma mai realizzati.
        •       Logistica al palo: In Italia risulta attivo un solo polo (Pioltello, affittato ad Amazon), mentre le ex aree industriali di Novate Milanese e Brugherio giacciono abbandonate in attesa di commesse certe.
        •       Ammissione a bilancio: Nel proprio report finanziario, Goodman dichiara apertamente di avviare i progetti prima ancora di avere contratti di locazione in mano, inserendo lo “sviluppo speculativo” tra i normali fattori di rischio d’impresa. Investono sulla speranza di trovare clienti in futuro, senza alcuna garanzia.

La città non può fare da cuscinetto finanziario ai rischi di un fondo privato. Chiediamo che, prima di qualsiasi approvazione del piano, la convenzione urbanistica tuteli la collettività imponendo: l’obbligo tassativo di demolizione e ripristino dell’area (come previsto dal PGT) a carico del soggetto attuatore e dei suoi successori. E il deposito di una garanzia finanziaria dedicata (fideiussione) per coprire eventuali cantieri incompiuti. Il rischio dell’investimento privato non deve lasciare alla città una cattedrale nel deserto e i costi di bonifica. E se la bolla tecnologica dovesse sgonfiarsi, l’area già convertita e urbanizzata con la scusa del Data Center diventerà il pretesto perfetto per far rientrare dalla finestra il vero core business del gruppo: un ennesimo polo logistico dell’ultimo miglio, vista la vicinanza ad autostrade, MIND, Polo Fieristico e Milano.

Il territorio si trova così stritolato in una doppia minaccia: se il Data Center si fa subiremo il parassitismo energetico delle Big Tech, l’aumento delle bollette e l’azzeramento di ogni ritorno occupazionale. Se il Data Center fallisce o arretra: ci ritroveremo con un ecomostro logistico sommerso dal traffico dei TIR, dalle polveri sottili (PM10) e dal lavoro precario in appalto.

Fermarli si può! Per questo saremo in piazza a Rho sabato 3 ottobre!

Centro Sociale SOS Fornace

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