Mi accoglie con un gran sorriso e tanta voglia di raccontare, Adele Felicia Amoruso, classe 1939,  86 anni compiuti il 7 gennaio scorso, sposata da 57 anni con Gennaro, con cui ha avuto tre figli Angelo, Aurelio e Tiziana, e oggi è nonna di cinque nipoti.

Nata a Rionero in Vulture, un comune di dodicimila abitanti in provincia di Potenza in Basilicata, situato alle pendici del Monte Vulture, insignito della medaglia d’argento al merito civile, per atti di abnegazione durante il secondo conflitto mondiale.

E lei, se la ricorda bene la guerra, anche se era piccola, se la ricorda negli occhi di sua mamma e di sua nonna, quando i soldati entravano nelle case a rubare cibo, oro, galline, e lei si nascondeva insieme ai fratelli.

Una vita di sacrifici la sua e quella della sua famiglia, perché voleva diventare a tutti i costi una maestra, e suo padre, per farla studiare, lavorava nei campi e di sera andava a suonare e a cantare nelle feste di paese o nei matrimoni.

Ha tanta voglia di raccontare la sua vita, e io resto incantata per la minuzia dei particolari e non voglio interrompere questa magia per chiederle come è scampata alla tragedia di Champoluc, non è ancora arrivato il momento.

Scoppia a ridere e mi dice: “Ero brava a scuola, mi piaceva studiare e aiutare i miei compagni nei compiti, sai che mi hanno dedicato una poesia perché mi dicevano che facevo sempre la maestrina? Te la dico:
Ecco qui che arriva Adele che fa sempre le querele, questo no, l’altro non va, e quest’altro non si fa”.

Ridiamo insieme per quel ricordo e continua la sua narrazione. “Arrivare a Potenza non era semplice, lunghi viaggi in corriera ogni settimana per vedere il posto in graduatoria e poi sperare nella chiamata per il ruolo in una scuola”. E la chiamata arriva inaspettata nel 1967, quando vince un concorso “al nord” come maestra elementare nella scuola di via Beatrice d’Este a Rho, all’epoca scuola speciale per bambini “disadattati di ambiente”, dove lavora per più di 10 anni e dove raggiunge il suo futuro marito Gennaro che si era trasferito a Rho da qualche anno per lavoro, e dove viveva già la sorella e il cognato.

Ora l’espressione inizia a cambiare, la voce di Adele si fa più triste, non ho bisogno di chiedere perché, e il ricordo va a quella domenica del 13 febbraio di 42 anni fa. La tragedia di Champoluc (Aosta) del 1983 è annoverata tra le peggiori sciagure degli impianti sciistici in Italia e riguardò l’ovovia del Crest, 11 furono i morti.

“Avevamo organizzato con il gruppo scout di Lainate, una gita in montagna per trascorrere con famiglia, parenti e amici una bella giornata. Oltre la mia famiglia (io, mio marito i nostri tre figli) c’era anche la famiglia di mia sorella Flora con suo marito e i figli, cioè i miei nipoti. Champoluc era piena di neve, tantissima gente, i bambini erano felici, una lunga coda per prendere l’ovovia. Ci mettiamo in fila”.

“A un certo punto mia nipote Eliana di 5 anni inizia a fare i capricci, mia sorella Flora ha dimenticato i guanti della bambina a casa. Le dico di andare al bazar a comprarli, fa troppo freddo, così ci sfiliamo dalla coda, loro al bazar e noi in un bar al caldo ad aspettarli. Dopo mezz’ora ci rimettiamo in fila , manca poco al nostro turno, e d’improvviso vedo sganciarsi la cabina che aveva appena lasciato la stazione di partenza scivolare indietro.  Ho visto con i miei occhi tre ovovie precipitare per un’altezza di 20 metri, altre in sospeso nel vuoto, i corpi precipitati al suolo e da lontano riuscivo a scorgere solo i cappotti che giacevano sulla neve mentre i corpi erano sprofondati”.

Gli occhi di Adele si fanno lucidi, io trattengo a stento le lacrime, per un caso fortuito i guanti della nipote dimenticati a casa, il tempo perso per comprarli nel bazar, e l’attesa nel bar per riscaldarsi , hanno evitato una tragedia familiare.

“Sono credente, vado in Chiesa ogni settimana con mio marito, ringrazio il cielo per la vita che ho avuto sinora, ho fatto la catechista per vent’anni, credo che ognuno di noi abbia il proprio Angelo Custode, è lui che ci ha salvato”.

Io e Adele ci stringiamo in un abbraccio, la ringrazio, non c’è più niente da aggiungere se non che porterò nel mio cuore questa storia.

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